Noam Chomsky è ben noto per le sue forti prese di posizione politiche, a partire dall'opposizione alla guerra del Vietnam.
Ma il suo legato più importante alla cultura e alla scienza è legato alla sua attività di linguista, in particolare alle sue teorie della grammatica generativa e della grammatica universale.
La grammatica universale postula che i principi della grammatica siano condivisi da tutte le lingue, e siano innati per tutti gli esseri umani.
Da qui deriva la grammatica generativa, elaborata oltre 50 anni fa, e sviluppata e modificata in tutto questo tempo, che si caratterizza per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale, considerato come un elemento distintivo dell'uomo come specie animale.
Il suo punto di partenza era la critica dello strutturalismo al quale era sfuggito un problema fondamentale ossia quello della creatività del linguaggio. Per comprendere il funzionamento di una lingua non è sufficiente scoprirne la struttura, descrivere i componenti e i rapporti che intercorrono tra essi, né analizzarli e classificarli.
Lo strutturalismo non sa dare risposta alla domanda: "come avviene che i parlanti di una lingua sono in grado di produrre e di comprendere un numero indefinito di frasi che non hanno mai udito prima o che addirittura possono non essere mai state pronunciate prima da qualcuno?".
Per Chomsky esiste una creatività governata da regole, grazie alla quale vengono continuamente generate nuove frasi. In sostanza la capacità linguistica di ciascun parlante non è fatta solamente di una lista appresa di parole, espressioni e frasi, ma include un insieme di regole ben definite e di principi. Ovvero la grammatica è una competenza mentale fondata sulla conoscenza innata dei principi universali che regolano la creazione del linguaggio.
Con questi suoi contributi Chomsky ha alterato profondamente la concezione della linguistica tradizionale incentrata sullo studio delle peculiarità dei linguaggi parlati.
E l'importanza di questa elaborazione è molteplice. Da un lato Chomsky colloca gli esseri umani in un continuum con gli altri animali, dai quali li separano determinate qualità proprie di specie, che sono il frutto di un processo evolutivo -- benché Chomsky eviti direttamente questa affermazione. Ma in tal modo si colpisce con forza ogni concezione razzista e discriminatoria, che presuppone l'esistenza di differenze qualitative fra gli esseri umani.
Al tempo stesso Chomsky mina la visione comportamentista, che ha dominato gran parte delle scienze sociali nel corso del 1900, ulteriormente rafforzatasi dopo la seconda guerra mondiale, che cercava di attribuire qualunque caratteristica umana specifica all'influenza dell'educazione e dei comportamenti appresi.
E per quale motivo tutto ciò è importante?
In primo luogo perché il progresso della conoscenza umana non si può fondare sulla menzogna e sulla falsità. E mentre alcune cose non le conosciamo per pura ignoranza, per mancanza di strumenti adeguati e di metodi investigativi appropriati -- altrimenti non si capirebbe per quale motivo siamo più avanti di un Aristotele o di un Newton, individui di notevole intelligenza e immaginazione -- in altri casi sul cammino della scienza vengono posti degli ostacoli di tipo ideologico a fermarci.
Nello studio delle lingue umane, del modo in cui le apprendiamo, dei meccanismi soggiacenti il loro utilizzo, il contributo di Chomsky è stato fondamentale.
Vedi:
(Segue)
lingua-e-linguaggio-1-alcuni-elementi
lingua-e-linguaggio-2-un-ragionamento
lingua-e-linguaggio-3-l'indoeuropeo
lingua-e-linguaggio-4-dal-latino-ai-volgari
lingua-e-linguaggio-5-la-grammatica (Chomsky)
(Prima pubblicazione: 9 Feb 2013)
Riflessioni semiserie di un italiano alla scoperta della spagnolità (Spagna, lingua spagnola, mondo ispanico in generale)
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mercoledì 9 ottobre 2013
"Lingua e linguaggio": (2) un ragionamento d'insieme [aggiornato 9 Ott 2013]
Sul tema "Lingua e linguaggio", mi sono preparato uno schema di articoli da scrivere [dopo (1): alcuni elementi di base e (2): un ragionamento d'insieme], che è al momento questo:
(3) l'indoeuropeo
(4) dal latino ai volgari
(5) la grammatica universale (Chomsky)
(6) l'istinto del linguaggio (Pinker)
(7) la teoria del setaccio (Trubetzkoy)
Adesso però voglio raccogliere alcune delle cose che verranno approfondite, per metterle tutte insieme in un ragionamento complessivo.
Partiamo da alcuni presupposti:
(a) non ci sono differenze qualitative fra le lingue parlate nel mondo (non esistono lingue "ricche" e lingue "povere", come si è sostenuto e in parte si sostiene ancora);
(b) tutti gli esseri umani hanno la stessa capacità di comunicare mediante il linguaggio;
(c) non c'è alcun motivo a priori per cui il figlio di italiani debba parlare italiano e il figlio di giapponesi giapponese -- ovvero: ciascuno di noi può imparare senza alcuna difficoltà la lingua dell'ambiente nel quale viene educato;
(d) la facoltà di apprendimento del linguaggio non è a sua volta appresa, ma è una qualità innata -- è uno degli elementi che distinguono gli esseri umani dagli animali a noi più vicini (scimpanzé e bonobo).
***
Da ciò scaturiscono alcune domande interessanti:
(A) Perché esistono tante lingue diverse sul pianeta?
(B) Come nasce una nuova lingua? Hanno tutte origine da un'altra lingua o ce ne sono alcune che nascono dall'incontro di più lingue diverse? Da dove vengono i dialetti, o le parlate locali, o i volgari? E che cos'è una lingua "franca" o "veicolare"?
(C) Come fa un bambino a imparare la lingua (e il "dialetto") locale? Esistono bambini che imparano più di una lingua al tempo stesso?
***
Dal momento che sono stati scritti libri molto ben documentati (e di molte pagine) per rispondere a questi quesiti, non posso certo pretendere io di farlo in poche parole, ma alcune considerazioni, per quanto frammentarie, possono essere utili.
(A) Poiché gli esseri umani hanno dovuto scontrarsi fin dagli inizi della nostra specie con altri umani -- noi siamo al tempo stesso molto bravi nel solidarizzare con chi ci è vicino e nel disumanizzare gli altri -- uno dei meccanismi per riconoscere "noi stessi" e distinguerci dagli "altri" è il modo di parlare, il gergo, l'accento, e così via.
E' probabile che la diversificazione in tante lingue e parlate si ricolleghi a questo. In fondo, io riconosco subito uno di Sampierdarena (un quartiere di Genova) e lo guardo dall'alto in basso... (I miei erano del Molo, in centrocittà, vicino al porto, e io ne ho portato con me la "tradizione" e l'accento, anche se non parlo in realtà il genovese, e il quartiere del Molo nemmeno esiste più, essendo stato raso al suolo durante la guerra nel 1940-45).
Il dato empirico di tante lingue parlate nelle regioni meno centralizzate del mondo (Asia, Pacifico e Africa) si può ricollegare a questa situazione. Nei paesi più avanzati dal punto di vista tecnologico è andato avanti, specialmente negli ultimi decenni, un forte processo di omogeneizzazione linguistica, legato in parte alla TV e alla diffusione di un modo di esprimersi "normato" o "standard". Eppure si riproducono continuamente dei fenomeni di differenziazione gergale e settoriale.
(B) Come ho già ricordato, quando le condizioni politiche lo richiedono, una parlata locale o "dialetto" diventa "lingua" (l'esempio del serbo-croato ritorna sempre), e anche se questa può sembrare una situazione un pò artificiale, in realtà quando saranno passati cinquant'anni magari solo gli studiosi sapranno che serbo e croato un tempo erano una stessa lingua.
In passato è spesso successo che due gruppi decidessero di differenziarsi, codificando per iscritto il modo diverso di pronunciare una stessa parola, o un divero giro di frase -- oppure era uno dei due a far partire il processo, sempre per motivi politici.
Il caso dell'italiano (o del tedesco, o del francese, o dello spagnolo) in apparenza è diverso. Qui una lingua, o meglio la parlata di una città o regione, non sempre la capitale, viene presa a riferimento per affermare un processo di unificazione di vari staterelli e regioni a costituire un nuovo stato centralizzato.
La codifica scritta, e magari la redazione di grammatiche e vocabolari, è fondamentale per sancire la presenza di una lingua "nazionale", e il processo si accompagna di solito con una campagna repressiva contro l'uso di parlate concorrenti (definite "dialetti" e comunque considerate linguaggi di minor valore). Ma oggi nessuno in Italia parla l'italiano allo stesso modo, perché la lingua nazionale è sotto l'influenza delle parlate locali, e ne importa forme sintattiche, accenti e lessico.
In alcuni casi una lingua nasce per l'incontro di lingue diverse, è il fenomeno dei cosiddetti "pidgin", che in parte hanno un ruolo di lingua franca o veicolare, vale a dire di strumento per la comunicazione fra gruppi che parlano lingue diverse. Quando un pidgin diventa la lingua madre di un gruppo di persone abbiamo la formazione di una lingua creola, un fenomeno documentato ampiamente nel corso dell'ultimo secolo.
(C) Un bambino impara la lingua delle persone con cui entra in contatto, dalla nascita in avanti.
Come dimostrano i casi di bimbi adottati, non c'è alcun rapporto fra il gruppo etnico di provenienza e la lingua appresa; d'altro canto, i figli di immigrati imparano molto bene in numerosi casi la lingua parlata nel loro nuovo paese, dunque l'apprendimento inizia in famiglia e continua col gruppo sociale d'appartenza del bambino.
Se un bambino cresce in un ambiente bilingue (o multilingue) non avrà alcuna difficoltà a imparare e a utilizzare due o più lingue al pari della lingua materna.
Una lingua si chiama "materna" perché è nell'interazione con la madre che un bambino ha in genere il massimo di esposizione alla lingua, ma c'è un periodo di alcuni anni in cui la capacità di apprendimento è molto forte.
A partire dai dieci-undici anni in genere diventa più difficile imparare nuove lingue (e questo è un fortissimo argomento a favore dello studio delle lingue straniere nella scuola elementare).
(Prima pubblicazione: 3 Feb 2013)
***
Aggiornamento e nuovi sviluppi (9 Ott 2013)
Del progetto iniziale sono stati redatti (e ripubblicati) i capitoletti dall'1 al 5. Il prossimo sarà il 7 (Trubetzkoy), mentre a Pinker intendo dedicare più spazio, perché vorrei anche utilizzare le sue riflessioni in tema di lingua e natura umana per introdurre l'argomento "psicologia evoluzionistica". (Ci si potrà chiedere cosa c'entri questo in un blog sulla Spagna e sulla "spagnolità", ma del resto questa stessa osservazione si potrebbe fare per l'insieme di queste riflessioni sul linguaggio. Diciamo che il corso dei miei studi mi ha portato e mi riporta continuamente su alcuni temi, e mi piace condividerli in rete).
(segue)
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lingua-e-linguaggio-2-un-ragionamento
lingua-e-linguaggio-3-l'indoeuropeo
lingua-e-linguaggio-4-dal-latino-ai-volgari
lingua-e-linguaggio-5-la-grammatica (Chomsky)
(3) l'indoeuropeo
(4) dal latino ai volgari
(5) la grammatica universale (Chomsky)
(6) l'istinto del linguaggio (Pinker)
(7) la teoria del setaccio (Trubetzkoy)
Adesso però voglio raccogliere alcune delle cose che verranno approfondite, per metterle tutte insieme in un ragionamento complessivo.
Partiamo da alcuni presupposti:
(a) non ci sono differenze qualitative fra le lingue parlate nel mondo (non esistono lingue "ricche" e lingue "povere", come si è sostenuto e in parte si sostiene ancora);
(b) tutti gli esseri umani hanno la stessa capacità di comunicare mediante il linguaggio;
(c) non c'è alcun motivo a priori per cui il figlio di italiani debba parlare italiano e il figlio di giapponesi giapponese -- ovvero: ciascuno di noi può imparare senza alcuna difficoltà la lingua dell'ambiente nel quale viene educato;
(d) la facoltà di apprendimento del linguaggio non è a sua volta appresa, ma è una qualità innata -- è uno degli elementi che distinguono gli esseri umani dagli animali a noi più vicini (scimpanzé e bonobo).
***
Da ciò scaturiscono alcune domande interessanti:
(A) Perché esistono tante lingue diverse sul pianeta?
(B) Come nasce una nuova lingua? Hanno tutte origine da un'altra lingua o ce ne sono alcune che nascono dall'incontro di più lingue diverse? Da dove vengono i dialetti, o le parlate locali, o i volgari? E che cos'è una lingua "franca" o "veicolare"?
(C) Come fa un bambino a imparare la lingua (e il "dialetto") locale? Esistono bambini che imparano più di una lingua al tempo stesso?
***
Dal momento che sono stati scritti libri molto ben documentati (e di molte pagine) per rispondere a questi quesiti, non posso certo pretendere io di farlo in poche parole, ma alcune considerazioni, per quanto frammentarie, possono essere utili.
(A) Poiché gli esseri umani hanno dovuto scontrarsi fin dagli inizi della nostra specie con altri umani -- noi siamo al tempo stesso molto bravi nel solidarizzare con chi ci è vicino e nel disumanizzare gli altri -- uno dei meccanismi per riconoscere "noi stessi" e distinguerci dagli "altri" è il modo di parlare, il gergo, l'accento, e così via.
E' probabile che la diversificazione in tante lingue e parlate si ricolleghi a questo. In fondo, io riconosco subito uno di Sampierdarena (un quartiere di Genova) e lo guardo dall'alto in basso... (I miei erano del Molo, in centrocittà, vicino al porto, e io ne ho portato con me la "tradizione" e l'accento, anche se non parlo in realtà il genovese, e il quartiere del Molo nemmeno esiste più, essendo stato raso al suolo durante la guerra nel 1940-45).
Il dato empirico di tante lingue parlate nelle regioni meno centralizzate del mondo (Asia, Pacifico e Africa) si può ricollegare a questa situazione. Nei paesi più avanzati dal punto di vista tecnologico è andato avanti, specialmente negli ultimi decenni, un forte processo di omogeneizzazione linguistica, legato in parte alla TV e alla diffusione di un modo di esprimersi "normato" o "standard". Eppure si riproducono continuamente dei fenomeni di differenziazione gergale e settoriale.
(B) Come ho già ricordato, quando le condizioni politiche lo richiedono, una parlata locale o "dialetto" diventa "lingua" (l'esempio del serbo-croato ritorna sempre), e anche se questa può sembrare una situazione un pò artificiale, in realtà quando saranno passati cinquant'anni magari solo gli studiosi sapranno che serbo e croato un tempo erano una stessa lingua.
In passato è spesso successo che due gruppi decidessero di differenziarsi, codificando per iscritto il modo diverso di pronunciare una stessa parola, o un divero giro di frase -- oppure era uno dei due a far partire il processo, sempre per motivi politici.
Il caso dell'italiano (o del tedesco, o del francese, o dello spagnolo) in apparenza è diverso. Qui una lingua, o meglio la parlata di una città o regione, non sempre la capitale, viene presa a riferimento per affermare un processo di unificazione di vari staterelli e regioni a costituire un nuovo stato centralizzato.
La codifica scritta, e magari la redazione di grammatiche e vocabolari, è fondamentale per sancire la presenza di una lingua "nazionale", e il processo si accompagna di solito con una campagna repressiva contro l'uso di parlate concorrenti (definite "dialetti" e comunque considerate linguaggi di minor valore). Ma oggi nessuno in Italia parla l'italiano allo stesso modo, perché la lingua nazionale è sotto l'influenza delle parlate locali, e ne importa forme sintattiche, accenti e lessico.
In alcuni casi una lingua nasce per l'incontro di lingue diverse, è il fenomeno dei cosiddetti "pidgin", che in parte hanno un ruolo di lingua franca o veicolare, vale a dire di strumento per la comunicazione fra gruppi che parlano lingue diverse. Quando un pidgin diventa la lingua madre di un gruppo di persone abbiamo la formazione di una lingua creola, un fenomeno documentato ampiamente nel corso dell'ultimo secolo.
(C) Un bambino impara la lingua delle persone con cui entra in contatto, dalla nascita in avanti.
Come dimostrano i casi di bimbi adottati, non c'è alcun rapporto fra il gruppo etnico di provenienza e la lingua appresa; d'altro canto, i figli di immigrati imparano molto bene in numerosi casi la lingua parlata nel loro nuovo paese, dunque l'apprendimento inizia in famiglia e continua col gruppo sociale d'appartenza del bambino.
Se un bambino cresce in un ambiente bilingue (o multilingue) non avrà alcuna difficoltà a imparare e a utilizzare due o più lingue al pari della lingua materna.
Una lingua si chiama "materna" perché è nell'interazione con la madre che un bambino ha in genere il massimo di esposizione alla lingua, ma c'è un periodo di alcuni anni in cui la capacità di apprendimento è molto forte.
A partire dai dieci-undici anni in genere diventa più difficile imparare nuove lingue (e questo è un fortissimo argomento a favore dello studio delle lingue straniere nella scuola elementare).
(Prima pubblicazione: 3 Feb 2013)
***
Aggiornamento e nuovi sviluppi (9 Ott 2013)
Del progetto iniziale sono stati redatti (e ripubblicati) i capitoletti dall'1 al 5. Il prossimo sarà il 7 (Trubetzkoy), mentre a Pinker intendo dedicare più spazio, perché vorrei anche utilizzare le sue riflessioni in tema di lingua e natura umana per introdurre l'argomento "psicologia evoluzionistica". (Ci si potrà chiedere cosa c'entri questo in un blog sulla Spagna e sulla "spagnolità", ma del resto questa stessa osservazione si potrebbe fare per l'insieme di queste riflessioni sul linguaggio. Diciamo che il corso dei miei studi mi ha portato e mi riporta continuamente su alcuni temi, e mi piace condividerli in rete).
(segue)
lingua-e-linguaggio-1-alcuni-elementi
lingua-e-linguaggio-2-un-ragionamento
lingua-e-linguaggio-3-l'indoeuropeo
lingua-e-linguaggio-4-dal-latino-ai-volgari
lingua-e-linguaggio-5-la-grammatica (Chomsky)
Don Quijote - Don Chisciotte ("falsi amici" 3)
Come ho già indicato in precedenza nel confronto fra illusione e "ilusión", ma anche scrivendo su "lo siento", è possibile incontrare dei falsi amici concettuali, per così dire, ovvero dei termini che divergono nel loro significato sostanziale, pur apparendoci molto simili.
Forse lo spagnolo "Don Quijote" e l'italiano "Don Chisciotte" non sono veri e propri "falsi amici", chissà, ma esiste comunque una discrepanza fra i due, che mi sembra interessante sottolineare.
In italiano esiste uno specifico aggettivo "donchisciottesco", che viene impiegato variamente come sinonimo di incomunicabilità, di velleitario, anacronistico, incomprensibile ai più, comico, immaturo, visionario, e perfino fantozziano.
Da ciò si può dedurre facilmente quale sia l'italico approccio alla figura creata dalla penna mirabile di Cervantes: una sorta di sciocco (o pazzo) che va alla carica dei mulini a vento sulla groppa di un ronzino! Insomma, un personaggio di cui ci si può soltanto burlare.

In Spagna e nel mondo di lingua spagnola, ma anche altrove, le cose stanno un pò diversamente.
Prima di tutto ecco due riferimenti, che sono rivolti in particolare ai miei lettori più di sinistra: la prima mossa editoriale del governo rivoluzionario cubano nel 1959 capeggiato da Fidel Castro fu la pubblicazione di un'edizione economica in centomila copie del "Don Quijote" -- prima di qualunque libro di Marx, di Lenin o di José Martí. L'altro è la recente pubblicazione (2007, se non ricordo male) in Venezuela di una versione ridotta del libro di Cervantes, finalizzata a consentire a un ampio pubblico, magari poco avvezzo a leggersi un tomo di varie centinaia di pagine, una prima conoscenza del "Don Quijote".
E se poi vediamo il dizionario inglese online "allwords", ecco tre definizioni di "Quixotic":
1) Colui che possiede o agisce col desiderio di compiere atti nobili e romantici, senza curarsi se ciò sia realistico e practico.
2) impulsivo.
3) Come il Don Quixote; romantico fino a essere stravagante; assurdamente cavalleresco; prono alla delusione.
Non è difficile riscontrare una diversa enfasi, che comprende l'attribuzione di valori positivi a questo cavaliere.
E allora di cosa parla questo libro?
Il titolo completo di questo romanzo è "El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha", è la più importante opera letteraria dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, e una delle più rappresentative della letteratura mondiale. Vi si mescolano elementi del genere picaresco e del romanzo epico-cavalleresco.
Fu pubblicato in due volumi a distanza di dieci anni l'uno dall'altro (1605 e 1615), è l'opera principale del Siglo de Oro e il più celebrato romanzo della letteratura spagnola. Fu tradotto rapidamente in numerose lingue.
Il protagonista della vicenda è un hidalgo cinquantenne, Alonso Quijano, morbosamente appassionato di romanzi cavallereschi. Le letture lo condizionano fino a trascinarlo in un mondo fantastico, e lo convincono di dover rispondere al proprio destino di diventare un cavaliere errante. Così si mette in viaggio, come gli eroi dei romanzi, per difendere i deboli e riparare i torti. E in tale trasformazione don Alonso diventa il cavaliere don Chisciotte della Mancia e inizia a girare per la Spagna.
Come ogni cavaliere, Don Chisciotte ha bisogno di uno scudiero, e a tale scopo trascina con sé un contadino del posto, Sancio [in spagnolo: Sancho] Panza, cui promette il governo di un'isola.
Analogamente, Don Chisciotte sente la necessità di dedicare a una dama le sue imprese. Lo farà scegliendo Aldonza Lorenzo, una contadina sua vicina, da lui trasfigurata in una nobile dama, che chiama Dulcinea del Toboso.
Ma la Spagna del suo tempo ormai non ha più bisogno né della cavalleria né delle vicende dei romanzi picareschi, e per l'unico eroe rimasto le avventure sono scarsissime.
L'ostinazione visionaria di Don Chisciotte lo spinge a leggere la realtà con altri occhi. Nella sua immaginazione i mulini a vento diventano giganti dalle braccia rotanti, i burattini si fanno demoni, le greggi di pecore si trasformano in eserciti nemici. E combatte questi avversari immaginari risultandone sempre sconfitto, e suscitando l'ilarità delle persone che assistono alle sue gesta. Sancio Panza, del resto, appare talvolta come un alter ego razionale del visionario Don Chisciotte, mentre in altre occasioni si lascia convincere delle ragioni del padrone.
Tuttavia in questa storia Don Chisciotte acquista uno spessore, si fa personaggio complesso e perde il connotato puramente comico; il romanzo diveta molto di più di una parodia o di un romanzo eroicomico.
Infatti il cavaliere "folle" mostra al lettore i problemi di fondo dell'esistenza, la delusione di fronte a una realtà che annulla l'immaginazione, la fantasia, le proprie aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l'uomo si possa identificare.
Non sono cose difficili da comprendere, né turbamenti ai quali siamo estranei anche oggi, a distanza di centinaia di anni.
Nel Don Chisciotte ogni cosa è interpretabile variamente, fino a perdere ogni concezione della realtà. Nell'opera di Cervantes c'è una dimensione tragica perché cose e parole si disgiungono: le vicende cavalleresche ormai sono parole vuote, ma Don Chisciotte a causa della sua "pazzia" non se ne accorge. La sua pazzia è un modo di vedere il mondo con occhi diversi, non più offuscati.
Insomma, Quijote è un uomo con i difetti e le qualità comuni a tanti uomini vissuti anche prima e dopo di lui.
Questa caratteristica ne fa una figura universale, uno di quei ritratti a tutto tondo che illustrano -- come hanno saputo fare alcuni autori greci e latini, e grandi uomini del Rinascimento come Shakespeare e Dante o Boccaccio, o Cervantes appunto -- le caratteristiche fondamentali e invariate degli esseri umani.
Noi non siamo "uguali" nel senso che siamo tutti dei cloni identici di uno stesso modellino, ma condividiamo tutti determinate caratteristiche, quelle che ci fanno essere uomini -- o donne, perché c'è una bella differenza fra le une e gli altri -- nell'arco di secoli e millenni, a distanza di migliaia di chilometri, su continenti diversi e in condizioni di vita profondamente variate.
Non importa chi siano i governanti, quale sia la religione (o l'ideologia) al potere, e quali siano le condizioni di vita, gli strumenti di comunicazione, o i mezzi espressivi di cui disponiamo -- le nostre aspirazioni restano le stesse dei nostri lontani antenati, quelli che non avevano ancora inventato la scrittura, e che potevano solo comunicare a voce le proprie sensazioni e manifestare sentimenti e desideri. Fondamentalmente, gli esseri umani sono mossi anche oggi da impulsi e aspirazioni primordiali, certo articolati in forme espressive complesse, e soprattutto mediante strumenti di nuova tecnologia -- gli antichi non avevano né radio, né TV, né smartphone, viaggi e comunicazioni erano lenti e difficili.
Cervantes coglie questa universalità e le dà forma in Quijote. E' vero: si tratta di una figura tragica e disperata, ma alcune delle sue qualità, dalla sua nobiltà d'animo al suo amore semplice e profondo per una donna, dal suo desiderio di fare qualcosa di importante per lasciare un segno nel mondo all'incapacità di vedere tutto lo schifo che lo circonda (che è in effetti la capacità di continuare sul proprio cammino senza farsi distrarre da ciò che non è davvero importante) -- sono esattamente degli universali umani, costituiscono parte dell'essenza della natura umana.
Vale la pena di ricordare che Cervantes era lui stesso una figura ricca di storie personali, non un mero scriba capace di lavorare di fantasia. Tra le altre cose fu catturato dai pirati e trascorse cinque anni in cattività.

(Prima pubblicazione: 11 Feb 2013, rieditato 10 Ott 2013)
Per approfondire:
Don_Chisciotte_della_Mancia
Miguel_de_Cervantes
Forse lo spagnolo "Don Quijote" e l'italiano "Don Chisciotte" non sono veri e propri "falsi amici", chissà, ma esiste comunque una discrepanza fra i due, che mi sembra interessante sottolineare.
In italiano esiste uno specifico aggettivo "donchisciottesco", che viene impiegato variamente come sinonimo di incomunicabilità, di velleitario, anacronistico, incomprensibile ai più, comico, immaturo, visionario, e perfino fantozziano.
Da ciò si può dedurre facilmente quale sia l'italico approccio alla figura creata dalla penna mirabile di Cervantes: una sorta di sciocco (o pazzo) che va alla carica dei mulini a vento sulla groppa di un ronzino! Insomma, un personaggio di cui ci si può soltanto burlare.
In Spagna e nel mondo di lingua spagnola, ma anche altrove, le cose stanno un pò diversamente.
Prima di tutto ecco due riferimenti, che sono rivolti in particolare ai miei lettori più di sinistra: la prima mossa editoriale del governo rivoluzionario cubano nel 1959 capeggiato da Fidel Castro fu la pubblicazione di un'edizione economica in centomila copie del "Don Quijote" -- prima di qualunque libro di Marx, di Lenin o di José Martí. L'altro è la recente pubblicazione (2007, se non ricordo male) in Venezuela di una versione ridotta del libro di Cervantes, finalizzata a consentire a un ampio pubblico, magari poco avvezzo a leggersi un tomo di varie centinaia di pagine, una prima conoscenza del "Don Quijote".
E se poi vediamo il dizionario inglese online "allwords", ecco tre definizioni di "Quixotic":
1) Colui che possiede o agisce col desiderio di compiere atti nobili e romantici, senza curarsi se ciò sia realistico e practico.
2) impulsivo.
3) Come il Don Quixote; romantico fino a essere stravagante; assurdamente cavalleresco; prono alla delusione.
Non è difficile riscontrare una diversa enfasi, che comprende l'attribuzione di valori positivi a questo cavaliere.
E allora di cosa parla questo libro?
Il titolo completo di questo romanzo è "El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha", è la più importante opera letteraria dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, e una delle più rappresentative della letteratura mondiale. Vi si mescolano elementi del genere picaresco e del romanzo epico-cavalleresco.
Fu pubblicato in due volumi a distanza di dieci anni l'uno dall'altro (1605 e 1615), è l'opera principale del Siglo de Oro e il più celebrato romanzo della letteratura spagnola. Fu tradotto rapidamente in numerose lingue.
Il protagonista della vicenda è un hidalgo cinquantenne, Alonso Quijano, morbosamente appassionato di romanzi cavallereschi. Le letture lo condizionano fino a trascinarlo in un mondo fantastico, e lo convincono di dover rispondere al proprio destino di diventare un cavaliere errante. Così si mette in viaggio, come gli eroi dei romanzi, per difendere i deboli e riparare i torti. E in tale trasformazione don Alonso diventa il cavaliere don Chisciotte della Mancia e inizia a girare per la Spagna.
Come ogni cavaliere, Don Chisciotte ha bisogno di uno scudiero, e a tale scopo trascina con sé un contadino del posto, Sancio [in spagnolo: Sancho] Panza, cui promette il governo di un'isola.
Analogamente, Don Chisciotte sente la necessità di dedicare a una dama le sue imprese. Lo farà scegliendo Aldonza Lorenzo, una contadina sua vicina, da lui trasfigurata in una nobile dama, che chiama Dulcinea del Toboso.
Ma la Spagna del suo tempo ormai non ha più bisogno né della cavalleria né delle vicende dei romanzi picareschi, e per l'unico eroe rimasto le avventure sono scarsissime.
L'ostinazione visionaria di Don Chisciotte lo spinge a leggere la realtà con altri occhi. Nella sua immaginazione i mulini a vento diventano giganti dalle braccia rotanti, i burattini si fanno demoni, le greggi di pecore si trasformano in eserciti nemici. E combatte questi avversari immaginari risultandone sempre sconfitto, e suscitando l'ilarità delle persone che assistono alle sue gesta. Sancio Panza, del resto, appare talvolta come un alter ego razionale del visionario Don Chisciotte, mentre in altre occasioni si lascia convincere delle ragioni del padrone.
Tuttavia in questa storia Don Chisciotte acquista uno spessore, si fa personaggio complesso e perde il connotato puramente comico; il romanzo diveta molto di più di una parodia o di un romanzo eroicomico.
Infatti il cavaliere "folle" mostra al lettore i problemi di fondo dell'esistenza, la delusione di fronte a una realtà che annulla l'immaginazione, la fantasia, le proprie aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l'uomo si possa identificare.
Non sono cose difficili da comprendere, né turbamenti ai quali siamo estranei anche oggi, a distanza di centinaia di anni.
Nel Don Chisciotte ogni cosa è interpretabile variamente, fino a perdere ogni concezione della realtà. Nell'opera di Cervantes c'è una dimensione tragica perché cose e parole si disgiungono: le vicende cavalleresche ormai sono parole vuote, ma Don Chisciotte a causa della sua "pazzia" non se ne accorge. La sua pazzia è un modo di vedere il mondo con occhi diversi, non più offuscati.
Insomma, Quijote è un uomo con i difetti e le qualità comuni a tanti uomini vissuti anche prima e dopo di lui.
Questa caratteristica ne fa una figura universale, uno di quei ritratti a tutto tondo che illustrano -- come hanno saputo fare alcuni autori greci e latini, e grandi uomini del Rinascimento come Shakespeare e Dante o Boccaccio, o Cervantes appunto -- le caratteristiche fondamentali e invariate degli esseri umani.
Noi non siamo "uguali" nel senso che siamo tutti dei cloni identici di uno stesso modellino, ma condividiamo tutti determinate caratteristiche, quelle che ci fanno essere uomini -- o donne, perché c'è una bella differenza fra le une e gli altri -- nell'arco di secoli e millenni, a distanza di migliaia di chilometri, su continenti diversi e in condizioni di vita profondamente variate.
Non importa chi siano i governanti, quale sia la religione (o l'ideologia) al potere, e quali siano le condizioni di vita, gli strumenti di comunicazione, o i mezzi espressivi di cui disponiamo -- le nostre aspirazioni restano le stesse dei nostri lontani antenati, quelli che non avevano ancora inventato la scrittura, e che potevano solo comunicare a voce le proprie sensazioni e manifestare sentimenti e desideri. Fondamentalmente, gli esseri umani sono mossi anche oggi da impulsi e aspirazioni primordiali, certo articolati in forme espressive complesse, e soprattutto mediante strumenti di nuova tecnologia -- gli antichi non avevano né radio, né TV, né smartphone, viaggi e comunicazioni erano lenti e difficili.
Cervantes coglie questa universalità e le dà forma in Quijote. E' vero: si tratta di una figura tragica e disperata, ma alcune delle sue qualità, dalla sua nobiltà d'animo al suo amore semplice e profondo per una donna, dal suo desiderio di fare qualcosa di importante per lasciare un segno nel mondo all'incapacità di vedere tutto lo schifo che lo circonda (che è in effetti la capacità di continuare sul proprio cammino senza farsi distrarre da ciò che non è davvero importante) -- sono esattamente degli universali umani, costituiscono parte dell'essenza della natura umana.
Vale la pena di ricordare che Cervantes era lui stesso una figura ricca di storie personali, non un mero scriba capace di lavorare di fantasia. Tra le altre cose fu catturato dai pirati e trascorse cinque anni in cattività.
(Prima pubblicazione: 11 Feb 2013, rieditato 10 Ott 2013)
Per approfondire:
Don_Chisciotte_della_Mancia
Miguel_de_Cervantes
Una perla per scrivere le lingue "strane" (spagnolo e italiano compresi)
Mia moglie mi chiedeva ieri come scrivere
alcuni caratteri spagnoli che richiedono l'accento. Le ho detto di dare
un'occhiata al mio blog, e così ieri sera mi hanno mandato a nanna senza
dolce...
Scherzi a parte, è vero che ho scritto su questo (vedi come-si-fa-scrivere-i-caratteri-spagnoli) ma in realtà c'è un sito veramente notevole nel quale si trova una soluzione adeguata, e non solo per scrivere in spagnolo.
L'indirizzo del sito non è ovvio, perché si compone di due parti, la
prima è il nome della lingua che ci interessa (in inglese), quindi
"Spanish", "Italian, "Russian", ecc., la seconda è questa .typeit.org.
Quindi scriveremo di volta in volta spanish.typeit.org, italian.typeit.org, russian.typeit.org, ecc.
per entrare nel sito, dopodiché abbiamo una schermata che ci invita a
inserire i caratteri desiderati, usando <CTRL> più il mouse che
clicca sul carattere che vediamo nella parte alta.
A centro pagina, un riquadro nel quale appare "magicamente" la frase
voluta, poi basta fare copia e incolla (spesso una combinazione di <CTRL> + C, seguita da <CTRL> + V nel punto di destinazione -- che di solito è una pagina di mail, facebook, twitter, e via dicendo).
Carino, vero?
A me serve per il russo, perché non sempre
ho a disposizione un computer attrezzato per l'uso del cirillico, e
questo sistema facilita le cose -- si può accedere con un normale
collegamento a internet.
(Prima pubblicazione: 23 Feb 2013)
"Lingua e linguaggio": (3) l'indoeuropeo
A prima vista è abbastanza difficile pensare che l'italiano, il russo e l'hindi siano lingue correlate. Eppure è così.
(segue)
lingua-e-linguaggio-1-alcuni-elementi
lingua-e-linguaggio-2-un-ragionamento
lingua-e-linguaggio-3-l'indoeuropeo
lingua-e-linguaggio-4-dal-latino-ai-volgari
lingua-e-linguaggio-5-la-grammatica (Chomsky)
Come possiamo individuare degli elementi comuni?
Fondamentalmente ogni confronto fra due o più lingue si fa usando elementi grammaticali, sintattici e lessicali.
Il legame si stabilisce mediante la ricostruzione storica delle origini di queste lingue.
Grazie a vari strumenti elaborati in ambito linguistico, e al riscontro
tramite gli studi paleo-antropologici, sappiamo che lingue come il
latino, il greco antico e il sanscrito, per i quali esiste una
documentazione scritta, derivano da una lingua comune, che tecnicamente
si chiama "proto-indoeuropeo", nel senso che sta a monte delle diverse
lingue indoeuropee.
Uno dei primi studiosi di quella che oggi si definisce "linguistica
comparativa" fu Filippo Sassetti, che nel 1585 mise in risalto
singolari somiglianze tra alcune parole sanscrite ed italiane (es.
deva/dio, sarpa/serpe, sapta/sette, ashta/otto, nava/nove), e dunque fra
il sistema dei numerali latini e quelli sanscriti.
Due secoli dopo il governatore inglese del Bengala William Jones
avanzava l’ipotesi che il latino, il greco, il celtico, il gotico e il
sanscrito scaturissero "da una fonte comune che forse non esiste nemmeno
più".
Oggi si ritiene che questa famiglia di lingue comprenda oltre 400 lingue
(di cui varie decine estinte) suddivise in una dozzina di sottofamiglie
(lingue anatoliche, il greco e i suoi dialetti, l'Indo-Iranico, le
lingue celtiche, le lingue italiche, le lingue germaniche, le lingue
slave, le lingue baltiche, e alcune lingue con pochi parlanti, tra le
quali l'albanese).
Le lingue indoeuropee includono il maggior numero di parlanti del mondo,
quasi 3 miliardi (un 45% di tutta la popolazione planetaria).
La documentazione scritta è molto importante, ma talvolta è assente. In
quei casi, gli studiosi elaborano delle teorie e cercano di trovare
nelle lingue odierne e in documenti antichi qualche elemento di
riscontro per le proprie teorie.
Per quanto concerne l'indoeuropeo, o meglio il proto-indoeuropeo, il consenso fra gli studiosi è molto ampio.
Il latino, il greco antico e il sanscrito condividevano una struttura
linguistica con un certo numero di casi, e un vocabolario con importanti
punti di contatto.
Oggi alcune parole di origine antica ci consentono di effettuare un
confronto abbastanza utile: la parola "mamma" è "maz" in russo e "mah"
in hindi. Per i numeri da 1 a 8, come si può vedere nella tabella qui
sotto, il collegamento è abbastanza netto.
latino: nūllus ūnus duo trēs quattuor quīnque sex septem octō
italiano: zero uno due tre quattro cinque sei sette otto
russo: nol' odín dva tri četyre pjat' šest' sem' vosem'
hindi: śūnya ēk dō tīn cār pān̄c chah sāt āṭh
Per comparare la situazione con lingue appartenenti a famiglie diverse,
prendiamo il turco, il finlandese e il mongolo, dove "mamma" diventa
rispettivamente "anne", "äiti" e " izhiy".
(segue)
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(prima pubblicazione: 4 Feb 2013)
"Lingua e linguaggio": (4) dal latino ai volgari
Il passaggio dal latino ai volgari o lingue romanze è di particolare
interesse per noi perché dal latino hanno origine numerose lingue, molte
delle quali utilizzate in Italia e in Spagna. Va ricordato che il
termine volgare non è dispregiativo, poiché proviene da vulgus ("popolo"
in latino) e perciò fa semplicemente riferimento alla lingua
vernacolare. Il termine “romanzo” a sua volta deriva dall'avverbio
latino "romanice" nella frase "romanice loqui" (=parlare vernacolo) per
distinguerlo da "latine loqui" (=parlare in latino).
L'elenco completo delle lingue romanze è molto lungo (oltre 40 lingue),
lo prenderemo dall'ultima versione di Ethnologue, i nomi delle lingue
sono indicati procedendo da est verso ovest.
- Latino
- Gruppo orientale: Rumeno [4 versioni parlate in Romania, Croazia e
Grecia], Istriota, Italiano, Giudeo-Italiano, Napoletano-Calabrese,
Siciliano,
- Gruppo occidentale: Francese, Cajun [USA], Piccardo, Vallone,
Zarpatico, Franco-Provenzale, Friulano, Ladino [d'Italia],
Reto-Romanzo, Emiliano-Romagnolo, Ligure, Lombardo, Piemontese,
Veneziano, Pirenaico-Mozarabico, Catalano-Valenziano-Baleare, Occitano,
Shuadit, Asturo-Leonese, Extremadurano, Ladino [d'Israele], Spagnolo,
Fala, Galiziano, Portoghese.
- A metà strada fra il gruppo orientale e occidentale si collocano le lingue meridionali: Corso e Sardo [in 4 versioni].
(vedi )
Naturalmente questo è solo uno dei vari schemi di classificazione
esistenti e possibili, anche perché numerose lingue e parlate sono ormai
estinte.
La diversità delle lingue romanze moderne rispetto al latino classico è
data da alcune caratteristiche generali (omettendo le eccezioni):
Mancano i casi; manca il neutro, quindi esistono solo due generi
grammaticali; si usano gli articoli grammaticali; si introducono nuovi
tempi (passato prossimo) e modi verbali (condizionale).
In linea di massima il toscano (da cui deriva l'italiano) è molto
conservativo rispetto al latino, mentre il francese è la lingua più
innovativa e la più discosta dal latino (essendo notevolmente
influenzata dalle lingue germaniche parlate dagli antichi Franchi); il
rumeno è una sintesi che affianca ad una forte conservazione della base
latina elementi innovativi d'origine slava, albanese, greca e turca.
Il latino ha avuto un'esistenza piuttosto lunga, in un arco di tempo di
quasi venti secoli, dapprima come lingua comune nei territori
dell'impero romano, in continua espansione fra il 350 a.c. e il 150
d.c.; in seguito come idioma utilizzato per le comunicazioni di livello
più "alto" in ampie zone d'Europa -- Dante Alighieri scrisse in latino
il trattato (De vulgari eloquentia, 1304) in cui propugnava l'uso di una
lingua da lui chiamata "italiano" come strumento per l'unificazione
politica della nostra frammentata penisola.
In epoche più recenti il latino è stato mantenuto nell'uso liturgico
della Chiesa cattolica -- fino alla riforma del 1964, che ammetteva
l'uso delle lingue locali per la liturgia -- e rimane oggi la lingua
ufficiale dello Stato della Città del Vaticano.
Le lingue romanze sono documentate per iscritto. Vediamo i primi documenti per le lingue principali:
Il Giuramento di Strasburgo (842) è indicato come il primo documento ufficiale in cui si impieghi un antenato del francese.
Il primo documento ufficiale giunto sino ai nostri tempi che attesta
l'uso del volgare in Italia è il placito capuano, databile al 960.
Risalgono al X secolo le Glosse silensi e le Glosse emilianensi, le più
antiche testimonianze esplicite dell'esistenza dell'antico castigliano:
si tratta di annotazioni aggiunte a alcuni testi latini dai monaci
benedettini.
Risale a poco prima del 1175 il più antico documento del volgare
portoghese pervenutoci: si tratta di una sorta di patto di non
aggressione tra due fratelli, Gomes Pais e Ramiro Pais.
Si noti che il "De Vulgari Eloquentia" di Dante è il primo documento
teorico dedicato alle lingue romanze, dove appare la differenziazione in
lingua d' oïl (galloromanzo settentrionale), lingua d'oc (galloromanzo
meridionale) e lingua del si (Italoromanzo) riferendosi alla forma
rispettiva del "sì" nelle diverse aree.
Ora, in che modo si è verificato questo processo di differenziazione e perché?
Nella misura in cui l'impero romano manteneva un funzionamento
centralizzato efficace, con la continua circolazione di uomini e cose, e
documenti scritti nella lingua latina classica, il processo di
adattamento alle usanze locali e l'impiego di termini specifici locali
per descrivere nuove attività e merci, tutto ciò aveva luogo lentamente,
e si ritrovavano sempre elementi di riaggregazione.
Nel momento in cui la frantumazione politica iniziava con le cosiddette
invasioni barbariche, vale a dire con l'occupazione dei territori
centrali dell'impero da parte di popolazioni provenienti dalla
periferia, il processo di differenziazione si accelerava. A questo aveva
contribuito anche la suddivisione in "impero d'occidente" e "impero
d'oriente" (dato che a Bisanzio la lingua ufficiale passava dal latino
al greco nel V secolo d.c.).
Col passare del tempo, decenni e poi secoli di separazione sempre più
accentuata, e con l'occupazione della penisola italica e della penisola
iberica da parte di popolazioni che parlavano lingue diverse dal latino
(di ceppo germanico e arabo, in particolare), le lingue volgari non
erano più né mutuamente comprensibili fra di loro, né era possibile
comprendere i testi scritti in latino senza uno studio particolare di
tale lingua.
Carlomagno aveva cercato di imporre il latino classico al posto del
latino corrotto all'inizio del 800, ma la difficoltà a farsi capire dai
fedeli portò il Concilio di Tours del 813 a stabilire che i preti
traducessero i propri sermoni i volgare.
Dobbiamo sempre tenere a mente un elemento, quando parliamo di eventi
del passato, ovvero dell'elevatissimo numero di persone incapaci di
leggere e scrivere, in particolar modo prima dell'invenzione dei
caratteri a stampa (Gutenberg, 1455), che rese possibile una maggior
diffusione dei libri, e la pubblicazione dei primi giornali (In 1556, il
governo di Venezia pubblicò le prime "Notizie scritte", prezzo "una
gazetta").
Quando questo fenomeno iniziò a avere una certa rilevanza, le lingue
parlate localmente erano ormai molto lontane dal latino e in via di
insediamento come lingue nazionali, nei territori dei nuovi regni che si
venivano affermando nell'Europa occidentale ex-romana, anche se la
pubblicazione di libri dotti in latino continuò ancora per alcuni
secoli, diventando priva di rilevanza solo quando il francese sostituì
definitivamente il latino come lingua di corte e nell'interazione
diplomatica (il trattato di Westfalia con cui si concluse la sanguinosa
Guerra dei Trent'anni fu redatto in francese nel 1648).
Il processo di centralizzazione attorno al francese, allo spagnolo e
all'italiano non fu né rapido né semplice -- anche se per il francese la
situazione è abbastanza diversa, perché la vittoria della rivoluzione
nel 1789 e poi l'espansione napoleonica aiutò a consolidarlo come lingua
nazionale, anche attraverso un'aspra lotta contro l'uso dei patois
(termine che include sia parlate locali del francese che altre lingue
romanze e celtiche).
Per approfondire, vedi:
Notabene: In realtà la stampa fu inventata in Cina nel 1040, ma quell'invenzione non fu trasmessa all'Europa.
(segue)
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lingua-e-linguaggio-5-la-grammatica (Chomsky)
(Prima pubblicazione: 7 Feb 2013)
martedì 8 ottobre 2013
Lingue di Spagna (3), catalano/valenziano e via dicendo
Il catalano è una lingua neolatina, parlato nella fascia mediterranea
(nelle comunità autonome Catalogna, Paese Valenziano e Isole Baleari e
in parte di Aragona), e anche in parte della Francia, nello staterello
di Andorra e nella zona di Alghero in Sardegna, da circa 10-11 milioni
di persone.
Nelle tre regioni spagnole, secondo dati ufficiali, è parlato da circa un 40-45% della popolazione.
Questo si deve in parte alla forte immigrazione interna da altre aree
spagnole, così come alla politica repressiva dello stato franchista, che
proibì categoricamente l'uso di ogni idioma che non fosse lo
spagnolo/castigliano.
La politica del governo regionale catalano è fortemente orientata verso
un rafforzamento del suo uso. Fra le misure adottate c'è l'obbligo per
gli immigranti di impararlo per potersi regolarizzare, imporlo come
unica lingua veicolare nella scuola a tutti i livelli, mantenendo solo
due ore settimanali per lo spagnolo, pubblicare tutti gli strumenti di
comunicazione pubblici della Catalogna soltanto in catalano, e non
traducendo in spagnolo le web dei servizi pubblici ufficiali.
Dubito che questa sia una linea sensata, e perfino rispettosa delle
norme vigenti nella Comunità europea, che tendono a tutelare la lingua e
la cultura degli immigranti. Si noti che in questo caso la Catalogna si
trova ora in un conflitto col governo centrale spagnolo, ma questo
rientra più complessivamente nella questione dell'indipendentismo, che
va affrontata a parte.
Per approfondire, vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_catalana
(segue)
lingue-di-spagna
lingue-di-spagna-2-(differenza fra lingua e dialetto)
lingue-di-spagna-3-catalano-e-valenziano
lingue-di-spagna-4-il-basco
lingue-di-spagna-5-il-galiziano
(Prima pubblicazione: 29 Gen 2013)
Lingue di Spagna (5), il galiziano o gallego
La Galizia si trova nella punta nord-occidentale della penisola iberica, a nord del Portogallo.
La lingua che parla una maggioranza dei suoi abitanti è una lingua neolatina, ma di che lingua si tratta?
Per alcuni aspetti la si può forse collocare a metà strada fra lo
spagnolo e il portoghese, ma in realtà è probabilmente più esatto
considerarla come una variante o del portoghese o di una lingua
galaico-portoghese. Questo galaico-portoghese è stato, come lo fu il
provenzale (o occitano) una delle prime lingue usate dai trovatori,
quando il medioevo si spegneva e si apriva il Rinascimento.
Accanto all'autonomismo, che intende rafforzare il carattere specifico
del gallego, esistono infatti due correnti linguistico-politiche che
puntano a ristabilire una sorta di riunificazione linguistica. Una si
chiama reintegracionismo e l'altra lusismo.
Il lusismo intende semplicemente riassorbire il gallego nel portoghese,
mentre il reintegracionismo vorrebbe creare una sorta di incontro
"conciliatorio", mediando il portoghese con concessioni verso il
gallego. Se l'una o l'altra di queste proposte venisse accettata,
dovremmo dire che una delle lingue parlate ufficialmente in Spagna è il
portoghese.
In effetti il portoghese, parlato oltre che in Portogallo anche in
Brasile e in alcuni territori africani e asiatici, ex-colonie portoghesi
(Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Guinea Equatoriale, Capo Verde, São
Tomé e Príncipe, Macao e Timor Est), ha già intrapreso un proprio
percorso di armonizzazione ortografica e grammaticale, al fine di
ridurre o codificare le differenze esistenti soprattutto fra la lingua
parlata in Portogallo e in Brasile. (Del resto anche per il portoghese,
come avviene per lo spagnolo e per l'inglese, la maggior parte dei
parlanti odierni vivono al di fuori del territorio d'origine della
lingua).
Il gallego è parlato oggi da circa 3 o 4 milioni di persone, ed è equiparato allo spagnolo nella comunità autonoma di Galizia.
Per approfondire, vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_galiziana
Una nota di colore: Vari importanti politici spagnoli sono nati in
Galizia, tra essi Francisco Franco, l'attuale presidente del
governo Mariano Rajoy, e il politico franchista Manuel Fraga, che fu poi
presidente della comunità galiziana fra il 1990 e il 2005.
Il padre di Fidel Castro era gallego (la madre di origini canarie).
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(Prima pubblicazione: 1 Feb 2013)
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"Una macchina del tempo per le lingue"!
Questa è una storia veramente interessante.
Alcuni scienziati-linguisti dell'università di Berkeley in California (USA) hanno elaborato un programma informatico (vedi l'articolo: language-time-machine-a-rosetta-stone-for-lost-tongues) che dovrebbe consentire loro di ricostruire dei proto-linguaggi a partire dalle lingue attuali che da quelli discendono. Sostanzialmente si tratta di generare delle liste di vocaboli di cui altrimenti non si conosce l'esistenza -- ad es., perché non ci sono attestazioni scritte delle lingue antiche, o perché mancano quei termini specifici.
A cosa può servire una cosa del genere? E a cosa no?
Prima di entrare nel merito di queste domande, dirò che ho trovato questa notizia nel sito di Taslima Nasreen, che si chiama "No country for women" ("Non è un paese per le donne") ->
E chi è questa signora? Taslima Nasreen è un medico, nata nel Bangladesh, paese dal quale è esiliata da 19 anni per le sue idee. Lei ha denunciato l'oppressione delle donne con forza, in libri che le hanno fatto vincere una sequela di premi letterari e di riconoscimenti di stati, città e istituzioni di mezzo mondo, dall'India alla Francia, dalla Svezia agli Stati Uniti. E' ben nota per la sua critica senza mezzi termini della religione, e questo le ha valso non solo l'esilio, ma anche numerose fatwas delle autorità religiose islamiche, che l'hanno condannata a morte.
Taslima ha scritto 35 libri in Bengala, e le sue opere sono state tradotte in trenta diverse lingue (tra cui l'italiano, forse, ma non ne ho visto ancora prove pratiche).
Vedi anche su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Taslima_Nasreen
Traduco dal suo blog alcuni brani del suo articolo sulla "macchina del tempo per le lingue" (13-2-13)
"Questa macchina del tempo è favolosa. Saranno in grado di scoprire le origini del basco a partire dai moderni discendenti baschi? Sono sempre stata molto curiosa riguardo le origini del basco. Da dove viene il basco? Nessuno ha potuto darmi una risposta soddisfacente. Spero che la macchina del tempo ci riesca. Quando ero a Bilbao, ho imparato alcune parole basche, che sono del tutto dissimili da altre parole usate sulla Terra.
Orecchio-belarria, occhio-begi, naso-sudurra, bocca-ahoa, dente-hortza, braccio-besoa, mano-eskua, cuore-bihotza, stomaco-sabela, gamba-hanka, piede-oina, testa-burua, viso-aurpegia, capelli-ilea.
Sono ansiosa di conoscere la soluzione della macchina del tempo per le lingue.
Noi guardiamo verso il futuro. A volte è necessario guardare indietro verso il passato".
Purtroppo per Taslima Nasreen, e per noi tutti, non credo proprio che questa risposta sulle origini del basco possa giungerci a breve scadenza, e temo che questa "macchina" non possa assolutamente funzionare in tal senso.
Infatti il lavoro svolto da questi scienziati ha utilizzato l'esistenza di centinaia di lingue appartenenti a un unico ceppo linguistico (l'Austronesiano), e la possibilità di avere accesso a migliaia di parlanti, che hanno fornito un'enorme banca-dati di migliaia e migliaia di vocaboli, per cercare di ricostruire la proto-ligua, dalla quale esse discendono. Nel caso del basco, abbiamo però un'unica lingua, priva di legami profondi e antichi con le altre lingue, sia con quelle vicine geograficamente, come pure con quelle lontane, e quindi non disponiamo di molte lingue, con vocaboli diversi, dalle quali risalire indietro nel tempo.
Ma in ogni caso come potremmo avere dei riscontri che ci permettano di valutare l'accuratezza di questa "macchina del tempo per le lingue"?
Traduco dal suo blog alcuni brani del suo articolo sulla "macchina del tempo per le lingue" (13-2-13)
"Questa macchina del tempo è favolosa. Saranno in grado di scoprire le origini del basco a partire dai moderni discendenti baschi? Sono sempre stata molto curiosa riguardo le origini del basco. Da dove viene il basco? Nessuno ha potuto darmi una risposta soddisfacente. Spero che la macchina del tempo ci riesca. Quando ero a Bilbao, ho imparato alcune parole basche, che sono del tutto dissimili da altre parole usate sulla Terra.
Orecchio-belarria, occhio-begi, naso-sudurra, bocca-ahoa, dente-hortza, braccio-besoa, mano-eskua, cuore-bihotza, stomaco-sabela, gamba-hanka, piede-oina, testa-burua, viso-aurpegia, capelli-ilea.
Sono ansiosa di conoscere la soluzione della macchina del tempo per le lingue.
Noi guardiamo verso il futuro. A volte è necessario guardare indietro verso il passato".
Purtroppo per Taslima Nasreen, e per noi tutti, non credo proprio che questa risposta sulle origini del basco possa giungerci a breve scadenza, e temo che questa "macchina" non possa assolutamente funzionare in tal senso.
Infatti il lavoro svolto da questi scienziati ha utilizzato l'esistenza di centinaia di lingue appartenenti a un unico ceppo linguistico (l'Austronesiano), e la possibilità di avere accesso a migliaia di parlanti, che hanno fornito un'enorme banca-dati di migliaia e migliaia di vocaboli, per cercare di ricostruire la proto-ligua, dalla quale esse discendono. Nel caso del basco, abbiamo però un'unica lingua, priva di legami profondi e antichi con le altre lingue, sia con quelle vicine geograficamente, come pure con quelle lontane, e quindi non disponiamo di molte lingue, con vocaboli diversi, dalle quali risalire indietro nel tempo.
Ma in ogni caso come potremmo avere dei riscontri che ci permettano di valutare l'accuratezza di questa "macchina del tempo per le lingue"?
Secondo me un modo ci sarebbe. Gli studiosi
potrebbero provare a utilizzarla per risalire al proto-indoeuropeo, a
partire da tutte le lingue oggi parlate in Eurasia e in America e in Africa, per le
quali i linguisti hanno ragionevolmente indicato un'origine comune.
Mettendo in una banca-dati tutti i vocaboli attualmente in uso si
potrebbe chiedere alla macchina di
fornirci una ricostruzione. Certo, noi non abbiamo comunque dei testi
scritti in proto-indoeuropeo, e dunque il risultato potrebbe non essere
certo.
Ci sarebbe un altro percorso, forse più interessante e capace di fornire qualche soluzione: partire da tutte le lingue romanze (o neolatine) e vedere cosa ne viene fuori. Dal momento che per il latino abbiamo una cornucopia di testi a nostra disposizione, sarebbe davvero stimolante verificare (oppure no?) che il punto di partenza cui ci porta la "macchina del tempo per le lingue" corrisponde effettivamente ai testi classici latini -- e se così non fosse, si potrebbe o invalidare questo nuovo strumento di investigazione, oppure giungere a modificare alcune delle idee che abbiamo oggi sul latino, che non sono tutte per forza giuste e corrette al 100%.
(Prima pubblicazione: 18 Feb 2013)
Lingue di Spagna
La
Costituzione del 1978 riconosce ufficialmente l'esistenza di quattro
lingue nello stato spagnolo: lo spagnolo, il catalano, il basco e
il gallego. Lo spagnolo (o castigliano) è la lingua nazionale, e le
altre tre le sono equiparate nelle comunità autonome che lo desiderano,
che sono sei sulle diciassette che compongono la Spagna. In termini
pratici, tuttavia, soltanto in Galizia una maggioranza della popolazione
parla la lingua locale e non lo spagnolo. Secondo i dati ufficiali,
infatti, il catalano è parlato in Catalogna, nel Paese Valenziano e
nelle Isole Baleari da circa un 40-45% della popolazione, mentre
il basco (o euskera) è parlato dal 20-25% degli abitanti del Paese
Basco.
Dal punto di vista delle lingue parlate, la situazione è più complessa,
come si vede dalla cartina qui sotto, poiché abbiamo l'aranese (variante
dell'occitano), l'aragonese, l'asturleonese, alcune varianti del
castigliano, e l'arabo e il berbero, parlati nelle due città-enclave di
Ceuta e Melilla, in Africa del Nord.
La situazione del basco è molto peculiare, poiché è l'unica lingua
europea priva di qualunque relazione con una qualunque altra lingua
(d'Europa o del mondo), e al riguardo ci sono delle teorie interessanti,
ma su questo ritornerò.
Le altre tre, ovvero spagnolo, catalano e galiziano/gallego, sono
lingue neolatine, ovvero derivano, come l'italiano, dal processo
di disgregazione dell'impero romano, e dunque dalla sostituzione
progressiva della parlata "volgare" al latino.
***
Per un approfondimento sulla Costituzione della Spagna democratica
approvata nel
1978, vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Costituzione_spagnola
(segue)
lingue-di-spagna
lingue-di-spagna-2-(differenza fra lingua e dialetto)
lingue-di-spagna-3-catalano-e-valenziano
lingue-di-spagna-4-il-basco
lingue-di-spagna-5-il-galiziano
lingue-di-spagna
lingue-di-spagna-2-(differenza fra lingua e dialetto)
lingue-di-spagna-3-catalano-e-valenziano
lingue-di-spagna-4-il-basco
lingue-di-spagna-5-il-galiziano
(Prima pubblicazione: 28 Gen 2013)
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